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In Spagna cambia la strada. E noi?

Dal 1° ottobre 2026 in Spagna è entrata in vigore una riforma del Regolamento Generale della Circolazione che introduce un concetto apparentemente semplice: sulla strada non siamo tutti ugualmente protetti.

Pedoni, ciclisti, motociclisti e utenti dei monopattini vengono definiti per la prima volta “utenti vulnerabili”: persone che, per il mezzo utilizzato o per le proprie caratteristiche, rischiano conseguenze più gravi in caso di incidente.

Fin qui potremmo dire: nulla di rivoluzionario. Lo sappiamo tutti che tra un’automobile e una bicicletta quella che rischia di più è la persona sulla bicicletta.

La differenza è che la Spagna ha cominciato a trasformare questo principio in regole concrete.

Per chi pedala, alcune sono particolarmente interessanti.

Sulle strade extraurbane, quando si supera un ciclista non basterà più lasciare il famoso metro e mezzo: chi guida dovrà effettuare il sorpasso ad almeno 20 km/h sotto il limite di velocità della strada.

Su una strada con limite di 90 km/h, quindi, il sorpasso dovrà avvenire al massimo a 70.

E se ci sono più corsie nello stesso senso di marcia, bisognerà cambiare completamente corsia.

Il metro e mezzo rimane, ma finalmente si affronta un problema che noi ciclisti conosciamo molto bene: non conta soltanto quanto lontano passa un’automobile. Conta anche a quale velocità passa.

Poi c’è la città.

Qui la norma spagnola dice una cosa che potrebbe sembrare quasi provocatoria sulle nostre strade: la bicicletta deve circolare preferibilmente al centro della corsia.

Non schiacciata contro il marciapiede.
Non rasente alle automobili parcheggiate.
Non dentro la zona di apertura delle portiere.

Al centro.

E l’automobile che segue deve mantenere almeno 5 metri di distanza.

Non è un invito ai ciclisti a “occupare la strada”. È esattamente il contrario: è riconoscere finalmente che la bicicletta è traffico.

C’è poi un’altra novità interessante. Nelle strade urbane a senso unico, con una sola corsia e limite di 30 km/h o inferiore, i Comuni potranno autorizzare — con apposita segnaletica — il doppio senso ciclabile.

Una soluzione diffusissima in molte città europee e che permette alla bicicletta di sfruttare davvero la propria caratteristica principale: essere un mezzo leggero, permeabile alla città e capace di utilizzare la rete stradale diversamente dall’automobile.

Il casco diventa obbligatorio per tutti i ciclisti sulle strade extraurbane; in città resta obbligatorio per i minori di 16 anni. Per chi lavora pedalando, come i rider, sono previsti casco e gilet ad alta visibilità durante l’attività professionale.

Ma la parte più interessante della riforma spagnola, secondo me, non è il casco.

È il cambio di prospettiva.

Per decenni abbiamo costruito le regole della strada chiedendo soprattutto all’utente più fragile di proteggersi: mettiti il casco, renditi visibile, stai sulla destra, fai attenzione.

La Spagna comincia invece a chiedere qualcosa in più a chi dispone del mezzo potenzialmente più pericoloso:

rallenta.
allontanati.
cambia corsia.
mantieni la distanza.

Sembra una differenza piccola.

Non lo è.

Perché significa passare dalla cultura del “ciclista, proteggiti” alla cultura del “chi può fare più danno deve avere maggiore responsabilità”.

Ed è forse questa la parte della riforma spagnola che varrebbe la pena discutere anche in Italia.

Non per copiare una legge.

Ma per farci una domanda molto semplice:

se sappiamo chi rischia di più sulla strada, perché continuiamo a chiedere soprattutto a lui di difendersi?