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Il rischio della legge “gentile”

La mobilità sostenibile, finalmente, non è più solo una parola buona per i convegni o i programmi elettorali scritti di notte. Sta entrando — con fatica, contraddizioni e qualche colpo di reni — nel dibattito politico vero. In questo contesto si inserisce la proposta di legge A.C. 2489, presentata dall’onorevole Roberto Pella, presidente della Lega del ciclismo professionistico.
Una proposta che, almeno nelle intenzioni, prova a rimettere la bicicletta al centro della scena, non come hobby domenicale ma come mezzo di trasporto quotidiano.

Un segnale politico (che non va sottovalutato)

Partiamo da una cosa semplice: che se ne parli in Parlamento è già una notizia. In un Paese dove la mobilità è ancora largamente auto-centrica, riconoscere la bici come strumento di interesse pubblico è un cambio di paradigma. La proposta mira a favorire l’uso della bicicletta in sicurezza, e questo è il punto chiave: non più “vai in bici se sei coraggioso”, ma “vai in bici perché lo Stato ti tutela”.

La sicurezza non viene più trattata come una conseguenza fortunata, ma come una condizione necessaria. Ed è qui che la legge prova a giocare le sue carte.

Sicurezza: infrastrutture, regole, cultura

Dai testi emerge un approccio che lavora su più livelli:

Strade più sicure, con maggiore attenzione alla progettazione urbana e alla convivenza tra utenti diversi.

Tutela del ciclista come utente vulnerabile, un concetto che in altri Paesi europei è acquisito da decenni.

Promozione dell’uso quotidiano della bici, non solo sportiva o turistica.

Ed è proprio questo il passaggio interessante: la bicicletta smette di essere vista solo come “attrezzo sportivo” (retaggio tutto italiano) e viene riconosciuta come mezzo di mobilità.

Ma attenzione: il rischio della legge “gentile”

Qui però arriva la parte critica, che da ciclisti urbani e cicloturisti non possiamo ignorare.
Il rischio è quello di una legge benintenzionata ma timida, che non scalfisce davvero il dominio dell’automobile.

Perché senza:

investimenti seri e vincolanti sulle infrastrutture,
riduzione reale delle velocità urbane,
controlli e sanzioni efficaci,
formazione obbligatoria (vera) sulla convivenza stradale,

la sicurezza resta uno slogan. Le “novità” rischiano di fermarsi alla carta, mentre fuori continuiamo a pedalare tra portiere aperte, sorpassi a 20 cm e strade progettate come se la bici non esistesse.

Cultura della mobilità ciclabile: il vero nodo

La proposta parla giustamente di promuovere una cultura della mobilità ciclabile. Ma la cultura non nasce per decreto.
Nasce quando:

le scuole insegnano che la strada non è solo delle auto,
i comuni smettono di fare ciclabili decorative,
i media smettono di raccontare i ciclisti come “intrusi” o “eroi”.

Serve una visione che vada oltre il codice della strada: la bicicletta come strumento di equità sociale, accessibile, economico, sano. Non tutti possono permettersi un’auto, ma quasi tutti possono permettersi una bici — se le condizioni lo consentono.

Un’occasione da non sprecare

La A.C. 2489 può essere un primo passo, ma va rafforzata, migliorata, radicalizzata se vogliamo davvero cambiare le città.
Il rischio è quello di accontentarsi: una legge “pro-bici” che però non tocca i privilegi strutturali dell’auto.

La domanda finale, quella che dovremmo porci tutti, è semplice e scomoda:
vogliamo davvero città a misura di persone o solo qualche ciclista in più in mezzo al traffico?

Perché la differenza tra mobilità sostenibile e greenwashing, spesso, sta tutta lì. 🚲