Teresa Talotta Gullace

Teresa Talotta Gullace

La famiglia Gullace abitava in vicolo del Vicario, in quello che era all’epoca uno dei quartieri più poveri di Roma, intorno alla stazione San Pietro.  Nel 1944, all’età di 37 anni, Teresa aveva cinque figli, era in attesa del sesto e faceva la casalinga. Il 26 febbraio di quell’anno, durante un rastrellamento nei pressi di Porta Cavalleggeri, il marito, Girolamo, fu arrestato e rinchiuso presso la caserma dell’81º reggimento di fanteria sita in viale Giulio Cesare, nel rione Prati. Per vari giorni, tutte le mattine, Teresa si recò davanti alla caserma (come facevano molte altre donne i cui compagni erano prigionieri) nel tentativo di vedere suo marito, di parlargli e di recargli qualche genere di conforto.

La mattina del 3 marzo 1944 davanti alla caserma si formò un grande assembramento, poiché nei giorni precedenti erano stati rastrellati e li rinchiusi  centinaia di  uomini . Si trattava in effetti di una protesta organizzata dai GAP  per timore che i nazisti accelerassero la deportazione dei prigionieri verso i campi di concentramento; fra le gappiste presenti quel giorno vi erano Carla Capponi, Marisa Musu, Lucia Ottobrini e varie altre, tutte coordinate da Laura Lombardo Radice. A presidiare la caserma vi era un drappello di soldati tedeschi, disposti a fila, e fra loro pochi militi italiani.

Quando arrivò Teresa Gullace (incinta di sette mesi, tenendo per mano il figlio Umberto, all’epoca tredicenne), le donne, oltre duemila, erano già schierate su più file, con in prima fila, armate, le gappiste Marcella Lapiccirella, Adele Maria Jemolo e Carla Capponi, e stavano scandendo la parola “Liberateli!”. Gullace, dopo qualche esitazione, avanzò fino ad affiancare Lombardo Radice, Musu e Lapiccirella. Durante queste proteste riuscì a scorgere il marito, dietro la grata di una finestra; anche il marito la vide e iniziò a urlare il suo nome, che subito iniziò a essere scandito da altri prigionieri. In uno spazio che si era formato fra i soldati e i dimostranti, Teresa avanzò fin sotto la finestra e  tentò di lanciare a suo marito un involto, con dentro forse del pane. Ma l’involtò rimbalzò contro il muro e cadde per terra. I soldati riuscirono a respingere la folla, colpendola col calcio dei fucili. Nello spazio nuovamente apertosi fra loro e i dimostranti  Teresa Gullace raccolse da terra l’involto e si diresse con decisione verso la finestra dietro la quale stava suo marito. Le si parò davanti un tedesco in divisa, contro il quale Teresa iniziò a protestare e ad inveire. Per tutta risposta costui le sparò, uccidendola.

L’uccisore nazista rientrava in caserma, protetto da un drappello di fascisti e di tedeschi che respingevano col calcio dei fucili la folla delle donne e sparavano anche alcuni colpi in aria. Carla Capponi estrasse una pistola puntandola contro l’assassino. Le altre manifestanti tuttavia la circondarono, impedendole di sparare, e tra di loro Marisa Musu ebbe la prontezza di sottrarle l’arma e di infilarle in tasca la tessera di un’associazione fascista. Capponi fu quindi arrestata, ma grazie allo stratagemma della Musu fu rilasciata nel pomeriggio dello stesso giorno.

  Nei giorni e nelle settimane seguenti la tragica storia divenne una delle icone della resistenza, e numerosi gruppi partigiani cittadini, dai Gruppi di Azione Patriottica allo stesso Comitato di Liberazione Nazionale, resero la sfortunata donna uno dei simboli della loro lotta.

La memoria della sua vicenda è rimasta particolarmente viva sia nella sua città natale, dove le sono stati dedicati una strada e un monumento, che a Roma, dove è stata apposta una lapide nel luogo dell’uccisione e le sono stati dedicati un liceo, nel quartiere Don Bosco, un centro di formazione professionale, nel quartiere Alessandrino, e una strada in località Palmarola. La sua vicenda venne ripresa e resa celebre dal regista Roberto Rossellini, che prenderà spunto dalla Gullace per il personaggio della “Sora Pina”, interpretata da Anna Magnani, nel film “Roma città aperta”.

Il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, nel 1977 le conferì – alla memoria – la Medaglia d’oro al merito civile. Questa la motivazione: “Madre di cinque figli e alle soglie di una nuova maternità, non esitava ad accorrere presso il marito imprigionato dai nazisti, nel nobile intento di portargli conforto e speranza. Mentre invocava con coraggiosa fermezza la liberazione del coniuge, veniva barbaramente uccisa da un soldato tedesco”.