La deportazione dei carabinieri romani

La deportazione dei Carabinieri romani

Alle 19 e 42 dell’8 settembre 1943 il popolo italiano apprendeva della conclusione dell’armistizio fra l’Italia e gli Alleati. Tanti, tantissimi italiani pensarono ed immaginarono che la guerra con le sue miserie, le sue crudeltà si sarebbe conclusa ma in realtà non accadde quanto sperato e desiderato dai nostri cittadini. A partire dalle ore successive all’annuncio ha inizio l’occupazione militare tedesca e ciò sta a significare che la guerra continua e continuerà fino alla liberazione avvenuta il 25 aprile 1945.

Si resiste al nemico, si combatte il nemico per liberare il paese dall’ex alleato. Si resiste e resistono le formazioni dei comunisti, dei socialisti, degli stessi cattolici ma anche degli azionisti e degli stessi monarchici. C’è un’azione corale che investe le donne, gli stessi ebrei, il clero, ma anche semplici cittadini e cittadine che offrono rifugio e protezione anche agli stessi partigiani. All’indomani dell’annuncio dell’armistizio si formarono nuclei e raggruppamenti clandestini in cui il ruolo e la presenza degli uomini dell’Arma fu alquanto importante e tale da dare il proprio contributo alla liberazione del Paese.
Tra le varie bande e gruppi che si costituirono nel periodo non possiamo non ricordare il Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri comandato dal generale Filippo Caruso.

Anche i carabinieri subirono l’onta dei campi di concentramento e di sterminio e pertanto sono da annoverare tra i 650.000 Internati Militari Italiani. L’avversione per l’Arma dei Carabinieri veniva sia dai fascisti, che non perdonavano ai Carabinieri il loro coinvolgimento nella mai chiarita morte di Ettore Muti, avvenuta nei giorni successivi alla destituzione di Mussolini, sia da parte delle autorità germaniche, che li vedevano legati a doppio filo a Casa Savoia.

Il 7 ottobre 1943, a seguito di ordine di disarmo firmato da Rodolfo Graziani (Ministro della difesa della repubblichina fascista) l’Obersturmbannfuhrer colonnello Kappler, il boia di via Tasso, procedeva al rastrellamento e alla deportazione verso i campi di prigionia di oltre 2000 Carabinieri di Roma.  E’ stata la prima grande deportazione nazista, superiore per numero, duemila o duemila e cinquecento uomini, a quella successiva di una settimana degli oltre mille ebrei.

La consegna ai tedeschi fu preceduta dalla spoliazione delle armi, che per un militare è la cosa più disonorevole, e per mano dei loro stessi ufficiali e dei militi della PAI (Polizia Africa Italiana), cioè di altri italiani, oltre che dei paracadutisti tedeschi e delle Camicie Nere dei battaglioni Mussolini, che circondarono gli edifici delle caserme. Un vero e proprio tradimento

“Il giorno della cattura fummo fatti cadere in un tranello tesoci dai tedeschi e dai non meno crudeli repubblichini. Eravamo un ingombro, un ostacolo per i nazifascisti, eravamo testimoni da eliminare, eravamo l’unica protezione per le popolazioni avvilite e stanche e decisero di disfarsi di noi“, così ricorda quel giorno il maggiore Alfredo Vestuti deportato.

Il viaggio dei carabinieri romani è il viaggio degli ebrei del ghetto di Roma, di quelli toscani e non. È il viaggio dei deportati politici, dei partigiani, di tanti cittadini comuni destinati al sistema concentrazionario nazista. È il viaggio della disperazione verso la tragedia, è il viaggio in cui si manifestano quegli elementi che conducono e condurranno alla spersonalizzazione di ogni singolo individuo destinato alla crudeltà dei campi di concentramento e di sterminio.
È il viaggio della disumanizzazione in vagoni piombati, pigiati l’uno contro l’altro senza neppure distendere i corpi in una posizione adeguata o comunque sopportabile.
È un viaggio verso l’ignoto che, a causa dei bombardamenti e dei transiti interrotti, durerà per giorni e diventerà ogni giorno di più di un calvario per l’angustia dello spazio, l’aria inquinata, l’afa.



La deportazione dei Carabinieri romani