Il pugile Leone Lefrati

 

Il pugile Leone Lefrati

 

Aveva talento da vendere e la boxe era il suo credo. Leone Lefrati per tutti Lelletto pugile ebreo, mani solide, intelligenza vivace, molto legato ai principi del rispetto e della lealtà. Entrò giovanissimo in una palestra di pugilato, l’ Audace. Era poco più di un ragazzo, ma aveva qualità innate e dopo pochi anni fece il suo esordio tra i professionisti 

Nel 1935 viste le sue grandi potenzialità decide di provare l’avventura all’estero e dopo un breve soggiorno in Francia eccolo partire per l’America, allora considerata insieme all’Inghilterra la patria della boxe. Ormai l’italiano era entrato nel ranking mondiale ma il suo cuore batteva per l’Italia afflitta da leggi razziali. Avrebbe potuto tranquillamente rimanere in attesa che si ristabilisse la situazione ma, nel novembre del 1939, non esitò a tornare in patria, nella sua città. 

Nel maggio 1943 una “spiata” su compenso di 5000 lire fa cadere Lelletto in una retata della Gestapo. Arrestato, mentre cerca di scambiare uova insieme a suo figlio Romolo di sei anni, finisce in Via Tasso.  Dopo il trasferimento a Regina Coeli, trascorsi 12 giorni, il pugilatore Efrati fu caricato su di un camion insieme al fratello Marco alla volta di  Auschwitz.

Il figlioletto si salvò nella confusione, grazie all’audacia di Mosè Astrologo che lo buttò giù dal camion ed  alla pietà  di una camicia nera che lo cacciò via.

Ad  Auschwitz  non sfugge ai nazisti  Il fatto che sia stato un pugile e li gli vengono organizzati match con regole approssimative senza badare al peso. Lui piuma si batte persino con medi e mediomassimi. Sopravvive di stenti e pestaggi. Un giorno, più brutto del solito, viene a sapere che il fratello è stato malmenato dai kapò del campo. Non ci pensa due volte e cerca vendetta con i pugni, ma sono in troppi. Ne abbatte uno, due, tre ma poi cede e viene lasciato a terra moribondo. Massacrato di botte, incapace di rialzarsi, dopo due giorni di agonia viene trascinato alle camere a gas.  Muore il 16 aprile 1944. 

Ma questa triste storia ha un seguito, che in un certo senso rende giustizia, se non altro nel ricordo, di questo grande campione. Nel novembre 2017 Cesare Venturini, presidente dell’ Audace, durante i lavori di ristrutturazione della palestra trova la valigetta di allenamento di Efrati e la fa pervenire alla famiglia Efrati, che la dona al Museo della Shoah. Un bel gesto che accomuna tutto il mondo dello sport.

 



Il pugile Leone Lefrati