Luciana “Luce” Romoli, partigiana sin da bambina

Luciana “Luce” Romoli, partigiana sin da bambina

Luciana “Luce” Romoli, partigiana a otto anni

Luciana Romoli classe 1930 è l’esempio di come le bambine e i bambini diventato improvvisamente adulti quando intorno a loro c’è guerra, morte e prevaricazione.

Il giorno che le donne si presero la storia

La testimonianza di Luciana ci parla di bambine, lei e la sorella, e di un’intera classe di bambine, quelle che il regime voleva asservite all’unico compito futuro di riproduttrici della specie, fattrici di carne da cannone, quelle bambine che non dovevano studiare, non avevano diritti personali e sarebbero cresciute ostacolate da mille interdizioni. E della sua lotta ancora adolescente nelle file della resistenza partigiana romana al nazifascismo

 

“Nella mia città, a Roma, che era stata divisa in zone. Ogni zona comprendeva diversi quartieri e aveva un comandante. Il mio comandante non mi voleva perché ero troppo piccola, nel 1943 avevo solo 13 anni. Allora un altro capo partigiano mi ha detto: “Va bene, se nun ta prendi tu, ma prendo io”. Perché io la partigiana avevo incominciato a farla alle elementari, quando fui espulsa da tutte le scuole del regno per aver difeso Deborah, la mia compagna di banco ebrea, maltrattata da una maestra fascista. Era il 1938, erano appena state emanate le leggi razziali e, dunque, il mio primo atto politico l’ho fatto quando avevo 8 anni. Ricordo ancora come se fosse oggi. La maestra entrò in classe con la sua divisa fascista. Con voce severa fece l’appello e ordinò a Deborah di restare in piedi. Poi le si avvicinò, la apostrofò con parole e offese irripetibili, quindi la trascinò per i capelli e legò le sue lunghe trecce al cordino per le tende della finestra. La legò così forte da lacerarle il cuoio capelluto. Poi ci ordinò di prendere i quaderni e di scrivere pensierini razzisti contro gli ebrei impuri. Avevamo solo 8 anni e avevamo paura, ma ci ribellammo. Eravamo 36 bambini contro un’insegnante. La sopraffacemmo, liberammo Deborah, ma io e mia sorella fummo espulse da tutte le scuole di Italia. Andavamo fuori dalla finestra della nostra classe per provare a seguire ugualmente le lezioni, ma era inverno, faceva freddo e mi ammalai. Ho poi preso la quinta elementare a 16 anni, il diploma di ragioneria a 30 e la laurea in biologia a 45. Ho anche lavorato come segretaria personale di Gianni Rodari, ma questa è un’altra storia… ” (da La “Luce” di Luciana, staffetta partigiana)

 

“Io, mia sorella ed altre ragazze partecipammo alla Resistenza in qualità di staffette.Rai3 - Luciana Romoli, La staffetta partigiana | Facebook La staffetta è la ragazza che ad ogni viaggio rischiando la vita mantiene i collegamenti tra il Comitato di Liberazione Nazionale e le brigate, porta ordini, informazioni, armi o medicinali; è indispensabile, senza la staffetta le direttive resterebbero lettera morta, le informazioni non potrebbero giungere  ai combattenti che lottano nelle officine, nelle città, nelle valli e sui monti, nelle diverse regioni d’Italia.
La staffetta è la figura più leggendaria di tutta la Resistenza. (da Con Luciana Romoli, partigiana a 8 anni)

 

“Noi staffette ci muovevamo tutte in bicicletta, ma l’organizzazione era davvero seria. Le bici erano tutte diverse, così che, se ci avessero fermate, potessimo far finta di non conoscerci tra noi. A destra e sinistra del manubrio c’erano delle sporte molto grandi e profonde. Ricordo che le mie erano di forma rettangolare, mentre quelle di mia sorella, di due anni più grandi di me, erano ovali. Al mattino alle 8, raggiungevamo Trastevere e lì ricevevamo l’ordine di trasportare lettere o pacchetti in altra zona della città, per esempio al Flaminio. In genere, non conoscevamo il contenuto di ciò che trasportavamo. Lo nascondevamo al fondo delle nostre sporte e sopra ci sistemavamo frutta o verdura ….

“Un giorno con mia sorella eravamo nei pressi del Verano. Io trasportavo chiodi a quattro punte, quando ci imbattemmo in un posto di blocco. L’accordo tra noi era che, in un caso simile, io avrei rallentato la mia pedalata e mia sorella avrebbe accelerato. Così fece. Proseguì sorridendo e scampanellando, quando le fu intimato l’alt. Il soldato tedesco, che conosceva bene l’italiano, le chiese cosa trasportasse. E lei: “Bombe a mano!”. Il soldato sorrise e le disse di proseguire. Io ero tramortita, senza forze. Quando poi raggiunsi mia sorella lei mi rimproverò per la mia lentezza. E io le dissi: “Ma come? Tu vai a dire che porti bombe a mano!”. E mia sorella: “Ho detto loro la verità. E siamo salve…” (da La “Luce” di Luciana, staffetta partigiana)

 

La staffetta partigiana rischiava ogni giorno di essere catturata, di essere violentata, di essere torturata, di essere uccisa, per evitare tutto ciò in caso di cattura Luciana e sua sorella portavano sempre con loro una pasticca di cianuro per morire immediatamente e non dichiarare sotto violenza ciò di cui erano a conoscenza sulla resistenza romana.

Nel corso di quelle missioni ha vissuto situazioni limite, come quando dovette portare dei volantini ad un giovane partigiano: “Una volta mi dissero che dovevo far avere alcuni volantini ad un ragazzo dell’università. Dovevo indossare un golfino bianco per farmi riconoscere. Incontrai Massimo Gizzio, poi ucciso davanti a me dai fascisti”.

Anche il giorno della liberazione fu per lei un giorno di dolore e paura, tanto da ricordarlo con un pizzico di amarezza: “Il 4 giugno 1944 lo ricordo eccome! Un giorno di festa, Roma liberata, i tedeschi in fuga. Ma io piangevo. E non di gioia. I soldati del Terzo Reich avevano appena fatto una strage, a La Storta. Avevano trucidato quattordici prigionieri prelevati dal comando della Sipo, la Sicherheitdienst polizei, in via Tasso. Tra loro c’era un cugino di mia madre, Libero De Angelis”.

“La vita di un militante e la sua lotta possono essere dure ma mai vane” (Zaccaria Verucci)

Il primo ricordo che ho dopo l’8 settembre è quello dei parenti, di mio fratello in particolare, che fuggirono per evitare la deportazione in Germania e si diedero alla macchia verso la Valnerina. Io continuai a vivere a casa a Norcia con le mie sorelle, una più grande e una più piccola. Da Norcia si diedero alla macchia circa 30 giovani che formarono, assieme ad altri partigiani, una banda autonoma operante lungo la Valnerina. Io, fin dai primi tempi, assunsi la funzione di staffetta, cioè portavo informazioni circa la presenza nazista, la dislocazione dei reparti repubblichini e tedeschi, la preparazione dei rastrellamenti.Avevo 14 anni, fame e paura mi accompagnavano quando passavo la carrozzabile dove c’erano i tedeschi, per andare dai partigiani,quando mi fermavano per chiedere dove andassi dicevo sempre che abitavo in un cascinale di là dal bosco e stavo rientrando a casa. Poi però non potevo tornare indietro, perché se mi avessero visto non avrei saputo come spiegare il mio ritorno… così passavo la notte nella capanna della vigna.

Questo il racconto del partigiano Zaccaria Verucci  che finita la guerra venne a vivere a Roma dove militò attivamente nelle file del partito

In tutti questi anni sono sempre stato iscritto al Partito. Ho fatto tutto quello che un  militante comunista deve fare per il Partito, senza fini personali, sapendo che la lotta di un militante può essere dura ma non è mai vana. La fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la Giustizia sociale, la libertà per tutti i popoli, la dignità dei lavoratori sono le cose in cui credeva mio padre ed in cui ho creduto io, ed in cui credo ancora. E posso dire con tranquillità che rifarei tutto.

 

LE MAROCCHINATE

“Mi è stato chiesto di riferire su una tremenda vicenda avvenuta in Italia durante la seconda guerra mondiale, specialmente nelle provincie di Frosinone e Latina, ed in altre località: le Marocchinate.

Luciana Romoli durante una recente manifestazione in ricordo delle donne della Resistenza

Questo vocabolo indica le violenze che subirono donne di ogni età, ma anche bambini e uomini, per un totale di circa 300 uccisi e tra le 20.000 e le 50.000 vittime di soprusi sessuali; alle truppe coloniali marocchine (goumiers) dagli ufficiali francesi per cinquanta ore fu lasciata mano libera per compiere stupri, uccisioni, furti di bestiame ed incendi. Va ricordato che la battaglia per la conquista di Montecassino fu sanguinosa: in due giorni morirono 30.000 soldati tra anglo-americani e tedeschi, 1500 polacchi e più di 3.000 goumiers, la metà di quelli che riuscirono a battere la resistenza germanica. E’ verosimile che i generali francesi volessero premiare i vincitori ed insieme vendicarsi della “pugnalata alle spalle” ricevuta dall’esercito di Mussolini nel 1940.
A distanza di settanta anni sono una delle solo due sopravvissuta del gruppo di donne, dell’UDI nazionale della Federazione romana del PCI e della Camera del Lavoro di Roma, che si adoperarono a favore delle Marocchinate; vanno ricordate Maria Maddalena Rossi, Maria Michetti, Nadia Spano, Maria Antonietta Maciocchi, Maddalena Accorinti e Marisa Rodano. Io ero tra loro, perché dirigente dell’Associazione Ragazze d’Italia per le borgate di Roma.
A giugno 1945, su segnalazione di Laura Lombardo Radice, moglie di Pietro Ingrao nativo di Lenola (un paese delle marocchinate) con Maria Michetti e Maddalena Accorinti mi recai per la prima volta nelle zone della Ciociaria dove si erano verificati i terribili fatti. Trovammo case incendiate e tuguri dove vedemmo vecchie malate, distese su giacigli di stracci, attorniate da bambini mal nutriti e parenti disperati per l’assenza di mezzi e di cure. Ad Esperia, uno dei paesi più colpiti, decorato di medaglia d’oro al valore civile, vennero stuprate 700 donne su 1600 abitanti; il Parroco, che si era opposto alle violenze, fu legato ad un albero per assistere al massacro, quindi anche lui venne sodomizzato, finché ne morì. A Vallecorsa non vennero risparmiate neppure le suore del Preziosissimo Sangue. A Castro dei Volsci dai registri comunali risultano morti in quel periodo 46 tra donne e uomini.
Fu allora che Maria Maddalena Rossi e Nadia Spano mi chiesero di accompagnarle nei luoghi degli scempi, principalmente per assistere le donne più giovani, sconvolte e reticenti per la vergogna; dicevano che sarebbe stato meglio morire, piuttosto che vivere senza la speranza di farsi una famiglia, di avere dei figli e trovare un lavoro. Le vecchie invece ci raccontavano tutte le sofferenze subite da loro e dalle figlie e nipoti, ci abbracciavano e ci benedicevano. Io piango ancora ricordando quegli incontri.
In collaborazione con i Sindaci, raccogliemmo le dichiarazioni delle vittime dei soldati marocchini, aiutando a compilare un questionario inviato alla Prefettura per far ottenere la pensione di guerra. La Francia in qualche caso concesse un piccolo indennizzo, ma il risarcimento non fu dato a tutte, molte richieste andarono smarrite.
Bisogna aver presente che a quell’epoca la condizione femminile, specie tra le povere contadine meridionali analfabete, era assai diversa da quella di oggi. Le vittime di violenza sessuale si colpevolizzavano, perché erano disprezzate e ripudiate. Non furono rari episodi di donne rimaste incinta che uccisero le loro creature appena nate e poi si suicidarono. Non posso dimenticare il caso di una giovane di 20 anni che si doveva sposare a guerra finita: compì l’infanticidio soffocando il neonato con il cordone ombelicale e poi si impiccò. La misero nella cassa con l’abito da sposa, con il velo avvolsero il bambino. Io, Maria Michetti, Maddalena Accorinti e Nadia Spano andammo al loro funerale assieme a tutti i compaesani.
I neonati furono spesso affidati ai brefotrofi o a famiglie adottive.
Maria Michetti e Maria Maddalena Rossi trovarono delle psichiatre disposte a recarsi una volte a settimana nei paesi del frusinate per dare assistenza psicologica alle molte che ne avevano bisogno. Ricordo il caso di una ragazza che dopo la prima notte di nozze non poteva più avere rapporti sessuali per dispareunia.
Diverse donne stuprate, in particolare le bambine, contrassero malattie veneree allora frequenti e mal guaribili. L’UDI sollecitò i medici condotti e gli specialisti dermosifilopatici a somministrare le terapie opportune, convincendo le donne a curarsi e a ricoverarsi se avevano contratto anche la tubercolosi.
La popolazione del frusinate in seguito ha votato in maggioranza per Andreotti ed ancora oggi i neofascisti cercano di strumentalizzare quei terribili delitti, che in altri teatri di guerra (Libia, Etiopia, Grecia, Jugoslavia) purtroppo anche le truppe italiane e coloniali hanno compiuto.
Delle marocchinate non si è parlato molto, fino a quando apparve il romanzo “La Ciociara” di Moravia e specialmente il film di De Sica, così ben interpretato dalla Loren. E’ rimasta ignorata l’opera delle donne democratiche sui luoghi delle vergognose brutalità, nonché la documentata denuncia che Maria Maddalena Rossi, presidente dell’UDI e deputata, eseguì in Parlamento.
L’insegnamento che si trae dalla vicenda delle marocchinate è la necessità di una forte condanna della guerra e della sopraffazione masc hile, che persistono da noi nella forma del femminicidio e in ogni teatro di guerra con stragi ed abusi sulle donne del nemico. Il nostro dovere è fermare la violenza degli uomini con la coscienza e la forza delle donne.
Fatemi ricordare infine la grande mobilitazione per la pace che le donne democratiche hanno sostenuto, raccogliendo milioni di firme per l’Appello di Stoccolma. Sono orgogliosa che la Bandiera della Pace, che sventola in tutto il mondo, sia stata inventata per quell’occasione a Casalbertone, il mio quartiere di origine, molte ragazze hanno cucito lunghi nastri con i colori dell’arcobaleno” ( da Relazione di Luciana Romoli, staffetta partigiana di Roma, alla presentazione del libro “Stupri di Guerra” – Senato della Repubblica, 17 giugno 2016 .

IL MESSAGGIO DI LUCIANA “LUCE” ROMOLI ALLE NUOVE GENERAZIONI

Partendo dalla mancata celebrazione dell’anniversario dell’emanazione delle leggi razziali del 2018, questo è il suo messaggio che la staffetta partigiana “Luce” consegna alle nuove generazioni

” È passato in silenzio perché c’è negazionismo. Per questo ai giovani chiedo sempre di difendere la Costituzione. Di difendere la libertà per la quale noi abbiamo combattuto. La mia paura è che ritorni il fascismo. Se accadesse, perderebbero quei diritti per i quali noi abbiamo combattuto e di cui ora loro godono. Il diritto all’uguaglianza, il diritto alla solidarietà, il diritto alla libertà di opinione, il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, e gli altri ce la invidiano. È bella perché garantisce tutti questi diritti. È bella perché è il frutto dell’accordo di tutte le diverse anime culturali del tempo. Per scriverla, si sono messi attorno allo stesso tavolo comunisti, cattolici, liberali, socialisti, repubblicani. Ecco, i nostri ragazzi devono imparare a fare altrettanto: a discutere tutti i diversi punti di vista e a trovare un accordo che rispecchi tutti, che sia di tutti. E la devono difendere la nostra Costituzione, da tutti quelli che la vogliono cambiare. I giovani saranno i futuri dirigenti della nuova società. Io li invito a essere uniti, a imparare a memoria la Costituzione: dovrebbero imparare a memoria l’art. 3, ma anche il primo e tutti gli altri. Giovani, buttate a mare la società che c’è oggi e fate una società nuova. Fate una seconda Resistenza: per il vostro bene, per la vostra società. Perché la Costituzione non ha bisogno di essere cambiata. Ha solo e ancora bisogno di essere attuata”

 

GRAZIE Luciana “LUCE” Romoli  PER TUTTO QUELLO CHE HAI FATTO E CONTINUI A FARE PER NOI