L’eccidio del Ponte di ferro

L’eccidio del  Ponte di ferro

Era la mattina del 7 aprile 1944  quando erano arrivate ai forni della Tesei, nel quartiere Ostiense, per procurarsi un po’ di pane e farina per i propri figli.  In quei giorni, l’esercito nazista, nella persona del Generale Kurt Mӓlzer (lo stesso delle Fosse Ardeatine) aveva emanato un’ordinanza che riduceva la razione quotidiana di pane a soli 100 grammi, ecco perché i cittadini romani, ma soprattutto le mamme che dovevano provvedere a sfamare i loro bambini, reagirono protestando e assaltando i forni che rifornivano la popolazione.

Un piccolo esercito di donne disperate che tentavano di portare a casa qualche grammo in più di pane per le loro famiglie, un esercito di mamme preoccupate che faceva la fila davanti ai panifici, cercando di far valere le proprie ragioni, una insurrezione silenziosa che i panificatori accoglievano senza resistenza, proprio perché capivano le motivazioni delle tante donne distrutte dalle tremende conseguenze della guerra, dalla fame e dalle dure regole dell’occupazione nazista.

Così aveva ricordato quel giorno la partigiana Carla Capponi:

Le donne dei quartieri Ostiense, Portuense e Garbatella avevano scoperto che il forno panificava pane bianco e aveva grossi depositi di farina. Decisero di assaltare il deposito che apparentemente non sembrava presidiato dalle truppe tedesche. Il direttore del forno, forse d’accordo con quelle disperate o per evitare danni ai macchinari, lasciò che entrassero e si impossessassero di piccoli quantitativi di pane e farina.

Qualcuno invece chiamò la polizia tedesca, e molti soldati della Wehrmacht giunsero quando le donne erano ancora sul posto con il loro bottino di pane e farina. Alla vista dei soldati nazisti cercarono di fuggire, ma quelli bloccarono il ponte mentre altri si disposero sulla strada: strette tra i due blocchi, le donne si videro senza scampo e qualcuna fuggì lungo il fiume scendendo sull’argine, mentre altre lasciarono cadere a terra il loro bottino e si arresero urlando e implorando. Ne catturarono dieci, le disposero contro la ringhiera del ponte, il viso rivolto al fiume sotto di loro. Si era fatto silenzio, si udivano solo gli ordini secchi del caporale che preparava l’eccidio. Qualcuna pregava, ma non osavano voltarsi a guardare gli aguzzini, che le tennero in attesa fino a quando non riuscirono ad allontanare le altre e a far chiudere le finestre di una casetta costruita al limite del ponte. Alcuni tedeschi si posero dietro le donne, poi le abbatterono con mossa repentina “come si ammazzano le bestie al macello”: così mi avrebbe detto una compagna della Garbatella tanti anni dopo, quando volli che una lapide le ricordasse sul luogo del loro martirio. Le dieci donne furono lasciate a terra tra le pagnotte abbandonate e la farina intrisa di sangue. Il ponte fu presidiato per tutto il giorno, impedendo che i cadaveri venissero rimossi; durante la notte furono trasportati all’obitorio dove avvenne la triste cerimonia del riconoscimento da parte dei parenti. »

Lo storico Cesare De Simone ha trovato i loro nomi nei Mattinali della Questura di Roma: Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoiesi e Silvia Loggreolo. Racconta Padre Efisio che, quando fu chiamato per la benedizione, al muro di destra del Ponte dell’Industria il corpo di una delle dieci donne era stato gettato sulla sponda del Tevere: era giovane e bella ed era stata violentata.

A ricordo di quella brutale strage è stata posta la stele con i volti in bronzo, il 7 aprile del 2003.